Chi guida nell’entroterra salentino oggi vede una cosa che non ha precedenti nella storia recente del territorio: tronchi argentati e spogli accanto a chiome che tornano verdi, campi dove gli ulivi si sono fermati e campi dove sono stati piantati alberi nuovi. Non è un disastro chiuso, e non è ancora una guarigione. È un paesaggio in transizione, che racconta una storia ancora in corso.
Capire cosa sta succedendo al paesaggio salentino significa leggere più strati insieme: i dati scientifici sulla perdita degli oliveti, le ricerche in corso sugli effetti ecologici, i progetti di rigenerazione già avviati e le domande ancora aperte sul futuro del territorio.
I numeri della trasformazione
Dal 2013 a oggi, secondo i dati riportati da Salento con Gusto nell’agosto 2026, 2,6 milioni di ulivi sono stati estirpati in Puglia. Il danno economico stimato è di 132 milioni di euro l’anno. La Xylella fastidiosa ha interessato il 40% del territorio pugliese, con i comuni del Salento meridionale tra i più colpiti.
Prima dell’arrivo del batterio, in Puglia erano censiti circa 60 milioni di ulivi. Le cultivar tradizionali salentine — la Cellina di Nardò e l’Ogliarola salentina — si sono rivelate tra le più suscettibili al batterio, come documentato dalle ricerche condotte sul territorio e riportate da Pianeta Lecce. Questo ha reso necessario ripensare non solo la gestione delle piante esistenti, ma l’intero modello colturale.
Gli effetti sul suolo: la ricerca Unisalento su Scientific Reports
Le conseguenze della perdita degli uliveti non si misurano solo in numeri di piante o in cifre economiche. Un gruppo di ricerca dell’Università del Salento, guidato dalla professoressa Irene Petrosillo, ha analizzato gli effetti ecologici della scomparsa degli oliveti attraverso immagini satellitari. I risultati, pubblicati su Scientific Reports del gruppo Nature, sono significativi: nelle aree dove la Xylella ha cancellato gli ulivi, il suolo si è già riscaldato di 2,4°C.
Lo stesso studio ha elaborato scenari di riforestazione post-Xylella dal 2023 al 2032. Una delle ipotesi più promettenti riguarda le leccete: le foreste di lecci, già presenti in alcune aree del Salento, potrebbero raccogliere l’eredità ecologica degli uliveti, contenendo l’aumento di temperatura del suolo entro 1°C. Non è una sostituzione simbolica, ma una risposta funzionale alle trasformazioni climatiche in atto.
I reimpianti e le varietà resistenti
Sul versante agricolo, la risposta più diffusa alla perdita degli oliveti è il reimpianto con varietà resistenti alla Xylella. Le più utilizzate sono la FS-17 (Favolosa), selezionata appositamente per la sua tolleranza al batterio, e il Leccino, la cui resistenza è stata confermata dalle ricerche condotte sul territorio pugliese.
A Martano, in provincia di Lecce, il progetto Olivami — con il sostegno di Mapei — ha messo a dimora 1.500 nuovi ulivi resistenti nelle campagne salentine. L’iniziativa si inserisce in un modello di “olivicoltura partecipata” che punta a ricostruire gli uliveti coinvolgendo agricoltori locali e sostenitori esterni attraverso adozioni a distanza. Già tremila ulivi erano stati donati in precedenza attraverso lo stesso meccanismo.
I nuovi ulivi richiedono anni per crescere e tornare a produrre. È, come è stato osservato da più voci nel dibattito pubblico, un investimento che guarda alle prossime generazioni, non ai prossimi bilanci.
La comunità come soggetto della rigenerazione
Il 7 aprile 2026, a Poggiardo, si è tenuto il convegno “Xylella e rinascita”, promosso da Res Publica con il patrocinio del Comune e di Next EU. Amministratori, tecnici, imprenditori, studiosi e cittadini si sono confrontati per alcune ore su un punto condiviso fin dall’apertura: la Xylella non può più essere letta solo come una crisi fitosanitaria. Come ha sintetizzato il convegno, riportato da nexteu.it, “la perdita degli ulivi non è stata descritta soltanto come la scomparsa di una coltura, ma come l’indebolimento di una memoria collettiva”.
Uno degli elementi più citati dai relatori è stato la presenza in sala di molti giovani. In un territorio spesso raccontato attraverso la rassegnazione, quella partecipazione è stata letta come un segnale: la rigenerazione del Salento potrà esistere solo se tornerà a essere anche un progetto generazionale.
Sul piano delle proposte, il convegno ha insistito sulla necessità di superare la logica degli interventi episodici per costruire strategie di medio-lungo periodo: modelli colturali, incentivi, governance chiara tra livello locale, regionale e nazionale. Il nodo non riguarda solo quante risorse siano disponibili, ma come vengano indirizzate e con quale visione complessiva del territorio.
Quello che resta: il legno e la memoria materiale
In mezzo a questa transizione, c’è una componente che rischia di passare inosservata. Gli ulivi che non sono più vitali lasciano dietro di sé il legno: tronchi, rami, materia densa e pregiata che si deteriora nei campi senza che nessuno sappia sistematicamente dove si trova e in che condizioni è.
Secondo il Consiglio Regionale della Puglia, che nel marzo 2023 ha avviato l’iter di una proposta di legge specifica, quel legno pregiato può alimentare una filiera artistica e artigianale locale. Ma per costruire una filiera bisogna prima avere una mappa: sapere dove si trovano gli alberi, che dimensioni hanno, che potenziale conservano.
È il problema che Revolea affronta con la raccolta di segnalazioni. Non un servizio di ritiro o smaltimento, ma un progetto di conoscenza: costruire una banca dati del legno di ulivo potenzialmente recuperabile nel Salento, punto di partenza per connettere chi ha la materia a chi può trasformarla. La rigenerazione del paesaggio salentino richiede più strumenti insieme. La mappa del legno è uno di quelli che ancora manca.
